
Una sintesi perfetta di come appariva Milano ai visitatori la forniscono diversi autori di diverse epoche ma con lo stesso stupore.
Il primo, Bonvesin della Riva, maestro di grammatica e terziario degli Umiliati, vissuto tra il 1240 e il 1315 a Milano, che ha scritto “De magnalibus urbis Mediolani” un’incantevole descrizione della città di Milano con pure e limpide acque: “Un fossato di sorprendente bellezza e larghezza circonda questa città da ogni parte e contiene non una palude o uno stagno putrido, ma l’acqua viva delle fonti, popolata di pesci e di gamberi”. A seguire anche Petrarca, Stendhal ed altri, ma un matematico al seguito dell’armata Napoleonica, Gaspard Monge, ha colto l’aspetto unico, ossia che da tempo immemorabile ci si occupava di irrigazione nella pianura milanese con una maniacale precisione.

Vista la particolare ricchezza di acque e la sua gestione, di fontane a Milano se ne è parlato per molto tempo, ma seriamente cominciano ad apparire verso la fine del Settecento, con la prima fontana pubblica in piazza Fontana.
Forse perché era tale la ricchezza d’acqua sia superficiale tra fiumi e canali sia sotterranea che si trovava a pochi metri di profondità, che non sembrava necessario.
Ma le fontane non hanno solo un significato utilitaristico, lo stesso Impero Romano le utilizzava, a Roma, come affermazione del potere imperiale abbellendo piazze e vie, come simbolo di abbondanza idrica urbana e come simbolo di benessere sociale. Gli enormi acquedotti romani servivano anche a questo, ma, caduto l’impero, nel Medioevo si tornò alla fonte diretta e all’uso privato dei pozzi. Da carte e da documenti antichi si sa che ogni casa a Milano aveva il suo pozzo privato che solo con l’arrivo dell’acquedotto cittadino alla fine dell’Ottocento caddero in disuso.
Le fontane, anche a Milano, sono di vari tipi, da quelle monumentali, a quelle meramente funzionali, oppure celebrative, come quelle che ricordano particolari eventi. Possono diventare, come nel caso della Torta degli Sposi, davanti al Castello Sforzesco, un simbolo urbano per la città di Milano, conosciuto in tutto il mondo.
Ma gli splendidi giochi d’acqua, nascondono un grande lavoro sia di progettazione che di manutenzione. In effetti quello che si vede delle fontane è solo una parte, nel sottosuolo ci sono pompe, centraline elettriche, filtri e quant’altro possa essere necessario. Fino alla fine del XIX secolo le fontane operavano per la maggior parte per gravità, oppure solo con la presenza di una macchina idraulica che, funzionando come la ruota di un mulino, portava acqua dal fiume alla fontana. Solo con l’avvento dell’energia elettrica è stato possibile captare le acque sotterranee ed elevarle con getti poderosi verso il cielo e finalmente poter riutilizzare e riciclare l’acqua per evitare di consumarne troppa.
La maggior parte delle fontane di Milano sono infatti a circolo chiuso con presenza di sofisticati sistemi di filtrazione e pompe che necessitano continue manutenzioni per vari motivi tra cui, purtroppo, la presenza di rifiuti e monetine gettate nelle vasche, che possono bloccare i fragili e costosi meccanismi.
Bibliografia e sitografia
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- Enzo Redaelli Le fontane di Milano – Libreria Milanese 1989
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- Nino Salvaneschi Le fontane di Giannino Castiglioni -Libreria A. Salto, 1945 (Tip. Rizzoli e C.)
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- Carlo Giacchin : “Attentato alla Fiera” Mursia 2009
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- La Seregno Storica: pagina di Facebook
- www.storiadimilano.it
- www.chieracostui.it
- www.corriere.it